I nomi nella nube nera

I nomi nella nube nera

Ullah. Amin. Safi. Waseem. Prima che braccianti erano ragazzi. Giovani, giovanissimi. Tre afghani e un pakistano. Quattro vite spezzate dentro un minivan in fiamme. Quattro nomi che per qualche ora ancora attraverseranno i titoli dei giornali e i notiziari, prima di essere risucchiati dal vortice dell’ennesima tragedia destinata a consumarsi nel silenzio. Rimarrà forse un’immagine. Quella nube nera, densa, enorme, che si alza verso il cielo. Una colonna di fumo che sembra voler gridare ciò che troppo spesso viene nascosto: dietro la frutta lucida sugli scaffali dei supermercati, dietro le cassette di pesche, fragole e arance che arrivano sulle nostre tavole, esistono corpi, esistono vite, esistono storie.

Ullah, Amin e Safi erano afghani. Cresciuti in un Paese devastato da decenni di guerra, occupazioni, bombardamenti, povertà e violenza. Waseem era pakistano. Come migliaia di altri giovani hanno attraversato confini, rischiato la vita, inseguito una possibilità di futuro. Non sappiamo tutto delle loro storie. Non sappiamo quali dolori si portassero addosso, quali perdite avessero conosciuto, quali umiliazioni avessero dovuto sopportare lungo il viaggio verso l’Europa. Sappiamo però dove erano finiti. Nei campi. Dieci, dodici ore al giorno. Meno di cinquanta euro per una giornata di lavoro. Schiene piegate sotto il sole. Mani consumate dalla raccolta. Una condizione che in molte aree agricole di questa regione continua a essere la normalità. Lo sfruttamento non come eccezione, ma come regola, come metodo.

Quelle fragole rosse, quelle pesche mature, quelle arance perfette che riempiono i nostri mercati portano impressa la fatica di lavoratori come loro. Sudore trasformato in profitto. Vite ridotte a costo della produzione. Per questo raccontare la loro morte come una semplice vicenda criminale significa guardare soltanto la superficie delle cose.

Chi ha materialmente acceso il fuoco ne risponderà davanti alla giustizia. Ma sarebbe troppo comodo fermarsi lì. Troppo semplice attribuire tutto a una faida, a un regolamento di conti, a qualche criminale particolarmente feroce. Perché Ullah, Amin, Safi e Waseem erano già intrappolati molto prima che quel minivan prendesse fuoco.

Erano intrappolati in un sistema che considera normale che esseri umani lavorino per salari da fame. In un modello economico che ha bisogno di manodopera ricattabile per mantenere bassi i costi e alti i profitti. In una società che pretende il loro lavoro ma rifiuta la loro presenza. In un dibattito pubblico che parla di migranti quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico. Sono morti dentro un veicolo incendiato. Ma il terreno su cui è maturata questa tragedia è fatto di sfruttamento, precarietà, marginalizzazione e disuguaglianza.

Mentre si raccolgono i resti di quattro giovani lavoratori, la politica continua a discutere di sicurezza, di frontiere, di espulsioni, di nuovi centri di detenzione amministrativa. Si continua a invocare il pugno duro contro i migranti.

E intanto c’è chi ride. Chi mette una faccina divertita sotto la notizia dell’ennesimo migrante morto in mare, assiderato lungo una rotta balcanica o soffocato in qualche camion. Chi ha imparato a considerare certe vite meno degne di essere vissute e quindi meno degne di essere piante.

Eppure dietro quei nomi c’erano famiglie. Madri. Padri. Fratelli. Persone che probabilmente non avranno neppure una tomba sulla quale raccogliersi. Persone alle quali resterà soltanto una telefonata, una notizia arrivata da migliaia di chilometri di distanza, il racconto insopportabile di una morte tra le fiamme.

Bruciati vivi. Senza aria. Con i polmoni che si riempiono di fumo. Intrappolati.

Tra qualche giorno tutto questo sarà già vecchio. Arriverà una nuova emergenza, un nuovo scandalo, una nuova tragedia. I loro nomi scompariranno dalle prime pagine. Continueremo a comprare la stessa frutta, a consumare gli stessi prodotti, a beneficiare dello stesso sistema che rende possibile tutto questo.

Ma una società si misura anche da ciò che sceglie di dimenticare.

E dimenticare Ullah, Amin, Safi e Waseem significa accettare che esistano vite sacrificabili. Significa considerare normale che alcuni esseri umani possano essere sfruttati fino all’osso e poi archiviati come una notizia di cronaca. Per questo i loro nomi andrebbero ripetuti ancora.

Ullah.

Amin.

Safi.

Waseem.

Perché prima che braccianti erano ragazzi. E perché nessuna nube di fumo dovrebbe essere abbastanza densa da cancellare la loro umanità.

LA KASBAH

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